domenica 17 gennaio 2016

Matrimonio plurale, molto modestamente arrivai prima di loro!

Sull'Internazionale dell'undici gennaio 2016 Chiara Lalli presenta il libro di Ronald C. Den Otter dal titolo "In Defense of Plural Marriage" del maggio 2015.
La tesi di fondo è che una società liberale non abbia validi argomenti per limitare il diritto degli individui a legarsi in matrimonio in numero superiore a due. 
Molto modestamente, è una conclusione a cui arrivai già nel giugno del 2009, ma, si sa, a quel tempo facevo parte di una avanguardia culturale.

giovedì 5 giugno 2014

Ragionamenti fatti col culo!

Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso
qualunque mezzo. Votate L'altra Europa con Tsipras.
Deja vu, l'uso e l'abuso dell'immagine del corpo feminile, la libertà di autodeterminazione di ciascuno e ciascuna [il culo è suo e lo gestisce lei], siamo davvero tutti un poco puttane?
Ma poi perché la qui presente Paola Bacchiddu, dinamica supporter della Lista Tsipras che pubblica questa foto di schiena col dichiarato intento di usare il suo culo per fare campagna elettorale, mi fa tanta simpatia, mentre Annalisa Chirico, che rivendica il suo diritto di sentirsi un poco puttana ma incommensurabilmente libera nell'accavallare le gambe per meglio disporre il suo interlocutore, mi fa ribrezzo?
Probabilmente la risposta sta nel fatto che, come notano alcuni dei suoi commentatori più dolci, la Bacchiddu mostra il culo, ma anche uno scorcio di sorriso che cambia interamente il senso dell'immagine. Potenza dell'autoironia.
Mi fa pensare ad una donna intelligente e tale mi fa apparire anche il suo comportamento.
Simpatia che evolve e acquista spessore nella mia mente sino ad affiancare la sua immagine a quella di un'altra giovane donna, Pippa Bacca, che usò il suo corpo per un'altra campagna promozionale.
In entrambi i casi arrivo alla conclusione che la malizia è talvolta solo negli occhi di chi guarda; che siamo noi che dobbiamo acquisire la capacità di guardare un'immagine per quello che è, a non confondere una proposta con una provocazione.

domenica 7 luglio 2013

A chiamarle puttane si manca di rispetto a quelle vere. Ennesima inutilità lessicale.

L'ispirazione, come spesso accade, mi deriva dalla lettura di un post di Malvino, che ha sempre un occhio di riguardo per Il Foglio di Giuliano Ferrara e per i radicali di Pannella.
Come al solito, è bastato che Berlusconi si sia trovato impelagato in un caso di prostituzione che subito una pletora di intellettuali d'area ha dato corso ad una corrente di pensiero per sdoganarla al grido di "Siamo tutti puttane".
Malvino porta due documenti, uno dei quali è la seguente dichiarazione di tale Annalisa Chirico:


"... quando mi basta accavallare le gambe per disporre meglio il mio interlocutore, io mi sento un po' puttana, ma anche incommensurabilmente libera."
Dico: a me a questo punto necessita una distinzione lessicale, perché una cosa è prostituirsi, "far commercio del proprio corpo, per denaro o per interessi materiali" [Zingarelli 2001] professionalmente, cioè per guadagnarsi da vivere; altro è "accavallare le gambe per disporre meglio il mio interlocutore" nella vita quotidiana e professionale di chi svolge un'altra attività.
I primi, o le prime, continuiamo a chiamarli prostitut* o puttan* e trattarl* col rispetto che si deve a qualunque lavoratore o lavoratrice che offre i suoi servizi a chi li gradisce e ne trae un giusto reddito per il suo sostentamento.
I secondi, o le seconde, chiamiamol* con un altro nome, per rispetto dei primi e delle prime. Potremmo chiamarli "diversamente liber*".

domenica 16 giugno 2013

Intorno alla Convenzione di Istambul e alla violenza di genere.



Sempre le stesse cose.

Ho letto la convenzione [di Istambul]. Un passo avanti per paesi dove vige la sharia, una palude di luoghi comuni e visioni miopi per i paesi occidentali. L'errore di fondo, ma mi rendo conto di essere una voce dissonante, consiste nel confondere la violenza di genere con la violenza sulle donne, che è solo la sua manifestazione più evidente.

Questo equivoco porta a pensare che l'aspetto rilevante sia l'essere femmina delle vittime, da cui l'assurdo concetto di femminicidio, che contesto alla radice, mentre l'elemento scatenante delle violenze di genere è il sentirsi (tenuto a dimostrare di essere) maschio dell'attore.

Nel caso di cronaca da cui prendiamo spunto, non avrebbe fatto alcuna differenza se invece di una giovanetta, il bruto fosse stato respinto da un giovanetto, ma anche da un cavallo, o da una motocicletta. L'uomo che non deve chiedere mai - quanti danni ha fatto quello slogan - ha bisogno di affermarsi sul più debole per sentirsi (riconosciuto come) uomo. Non sottomettere qualcuno gli lascerebbe l'insopportabile sensazione di essere lui sottomesso a tutti, che per alcuni è condizione peggiore della galera e della morte stessa.

La sottomissione della donna, non a caso formalizzata nelle scritture sacre, è il meccanismo che a livello planetario consente di normalizzare il fenomeno in modo che anche l'ultimo dei derelitti si possa sentire maschio, almeno ogni tanto, al peggio violentando una passante o seviziando un animale (sul tenere un cane ce ne sarebbe da dire, in questa chiave).

Anche sull'utilità storica di maschi così concepiti si potrebbe discutere a lungo, ma si arriverebbe comunque alla conclusione che, almeno nel mondo occicentale, rappresenta solo una fastidiosa eredità di cui liberarsi senza rimorsi.

Siamo in grado, come madri e padri di oggi, di allevare uomini e donne esenti da questo tarlo? Questa è la domanda che come padre mi pongo continuamente. Si tratta di buttare alle ortiche buona parte della nostra cultura familiare e collettiva. Dico uomini e donne, non a caso titolo di una fortunata parata di luoghi comuni, purché senza le galline, diceva qualcuna, il gallo non può fare l'uomo.

Il mito eterno della patria e dell'eroe l'aveva già messo in dubbio Guccini. Ma occorrerebbe spingersi molto oltre, rimettendo in discussione il romanticismo e tutta la morale sessuale, passando per questioni spinose come la pedofilia e apparentemente marginali come l'arte, per giungere sino al concetto di proprietà, che fu prealessandrino, come dice Battiato.

In questo senso la Convenzione di Istambul è un pannicello caldo sulla fronte per il malato grave, e una benda sugli occhi per chi si cosidera evoluto, salvo non riuscire a spiegarsi come alcune malepiante, la violenza di genere è una, la prostituzione e le dipendenze sono altre due, continuno a infestare i campi, alla faccia di tutti i veleni che spandiamo sulle messi.

Questo non vuol dire che io non mi auguri che tutto il mondo arrivi al nostro stadio, dove l'argomento è poco più che da talk show, buono giusto per facebook. Quando tutti saranno arrivati, anche per merito di azioni simili, resterà sempre il problema di fondo. Finché ad un essere verrà insegnato a pensare a se stesso in relazione alla sua capacita di sottomettere qualcuno, maschio, femmina o animale che sia, la violenza di genere non sarà eliminata.

domenica 26 maggio 2013

Basta che funzioni. Il macabro tira più del politico.

Il funerale di Don Gallo e la beatificazione di Don Puglisi fanno il pienone, mentre i comizi elettorali fanno flop.
Non lamentiamoci se qualcuno ricomincia a mettrer bombe

sabato 18 maggio 2013

Malvino: Volerlo, deciderlo, farlo

Malvino: Volerlo, deciderlo, farlo

L'autodeterminazione non è in discussione, almeno per me, quindi il discorso potrebbe finire qui.
Quanto agli aspetti medici, io non devo nemmeno fingere di essere profano per dire di ignorare la natura del rischio.
Parto però da un dato che assumo dalla stampa come certo solo ai fini del ragionamento, cioè che la malattia non era in atto, benché certa in futuro.
La prima considerazione che ho fatto e che anche la morte è certa in futuro, quindi tanto varrebbe suicidarsi subito. Anche qui l'autodeterminazione è fatta salva, quindi, nessun problema, a parte l'evidente paradosso.
La seconda considerazione che ho fatto è legata alla professione di A.J. che comporta il fatto che i seni per lei sono ferri del mestiere, quidi la cosa assume anche un valore "pubblico".
Tornando per un attimo alla sfera personale, si è scritto e che la femminilità non è nel seno o nelle ovaie; giusto.
Allora perché la ricostruzione? Se erano diventate un rischio e si è deciso di asportarle preventivamente perchè una donna non è i suoi seni, perché rifarli di silicone?
Ha qualcosa a che vedere con l'immagine allo specchio, la sicurezza in se stessi? Può darsi, allora perché affrettarsi a toglierle.
Una donna ferma e sicura potrebbe anche decidere di mostrarsi piatta nella sua vita di relazione, personale e professionale (?) a meno che con quel corpo non ci lavori e per l'appunto i seni, le labbra, i glutei e via dicendo siano i ferri del mestiere.
Confusamente cerco di spiegare la mia ferma fede nell'autodeterminazione non basta a rimuovere la sensazione di contrarietà generata in me dalla notizia.
Come uomo, come spettatore, mi sento preso in giro, truffato dall'idea che una donna che ha fatto anche della sua fisicità un elemento del suo successo possa, dopo aver legittimamente deciso di asportarsi i seni, sostituirli con due finti - magari migliori - e ripartire come una F1 dopo il cambio gomme.
Al contrario di quanto può a molti venire in mente, non è come le tonnellate di silicone che traboccano dalle pagine dei giornali e dagli schermi; non si tratta di gonfiarsi le tette sino a dimensioni inverosimili per stimolare visivamente, o tattilmente, l'eccitazione maschile - cosa ingenuamente sincera - o aumentarsi di una o due taglie per riempire meglio la scollatura di rotondità e di sguardi rassicuranti, o riportare ad antichi fasti ciò che Newton aveva spinto in basso con gli anni; qui si tratta di altro.
È il passaggio dalla determinazione del sé all'imposizione sugli altri; è la pretesa di decidere per me che la guardo mentre lavora (in fondo il suo lavoro consite in questo) che posso e devo continuare a guardare quel seno e a farmelo piacere senza sindacare sulla sua naturalità o artificialità.
Come se i produttori del mio amatissimo liquore di mirto decidessero di non usare più le profumatissime bacche mediterranee ma un identico aroma chimico, dichiarandolo palesemente negli ingredienti, ma senza cambiare il nome e l'etichetta. Anche qui, come se io non dovessi occuparmi di cosa mi piace, ma limitarmi a confermare che mi piacciono il liquore di mirto e le tette di A.J.
Beh, non è così.

sabato 4 maggio 2013

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lunedì 18 ottobre 2010

Con permesso.

sabato 9 ottobre 2010

Ris-post (a marcoz, gians, e più)

La violenza è solo una.

Violenza è provocare a qualcuno più debole una sofferenza contro la sua volontà, pensando di averne diritto.

Qualsiasi distinzione riferita alla violenza che non parta da questa considerazione rende quella distinzione fittizia, pretestuosa, utile a sostenere a posteriori una linea nota a priori.

La condizione necessaria perché si possa parlare di violenza è che la vittima sia indifesa, che non possa utilmente opporsi alla violenza; la violenza si realizza tra uno consapevole di non potersi opporre e un altro consapevole di poterla esercitare. Altrimenti è un'altra cosa.

L'elemento soggettivo della vittima è il tratto fondamentale, distintivo, della violenza; è a quello che occorre prestare attenzione, più che alle forme in cui viene perpetrata, al percorso che la precede, all'animus di chi la compie. Nel momento in cui un atto o un comportamento è subito come violento da chi lo subisce è realizzata la condizione per cui si possa parlare di violenza, che si perfeziona nella mancanza di accertamento dell'esistenza del consenso. Il disinteresse del violento per i sentimenti della vittima, quando non il piacere sadico di osservarli, sono l'altro elemento soggettivo fondamentale.

I motivi del violento non sono invece rilevanti, in quanto tutti i violenti hanno sempre una buona ragione per esserlo; principalmente il violento è colui che ha subito violenza in precedenza; il marito che picchia la moglie è stato costretto ad assistere alle violenze del padre sulla madre, il serial killer è stato stuprato da bambino da uno zio; il dittatore sanguinario aveva un padre assente e una madre apprensiva della quale non è mai riuscito ad elaborare il lutto, il militare israeliano ha visto morire molti suoi coetanei dilaniati dalle bombe dei kamikaze, il kamikaze ha visto molti suoi familiari inermi morire sotto le bombe israeliane lanciate sui villaggi di povera gente. Tutto questo è noto alla cultura politica da alcuni millenni ed è la motivazione principale del successo di quelle forme di aggregazione che partendo dalle tribù sono arrivate alle istituzioni nazionali e sovranazionali, che fanno della difesa e dell'ordine i loro motivi fondanti nell'opposizione alla legge del più forte. Oggi è lo stato di diritto che affermando la libertà e l'uguaglianza di tutti gli uomini rinnega la violenza e si erge a difesa dei deboli.

Il violento è colui che crea con la forza un temporaneo strappo nella copertura dello stato di diritto, e in quello spazio applica la legge del più forte a danno di uno più debole. Il violento non è quindi nemico della vittima, ma nemico dell'intero consorzio umano, del quale disconosce la legittimità e la stessa ragion d'essere. Non si può quindi guardare alle violenze con distinzioni di sorta, perché esse rappresentano un unico movimento trasversale antagonista della pace e della tranquillità.

Non chiedere mai per chi suona la campana, essa suona per te. (John Donne)

venerdì 1 ottobre 2010

Matteo (7,5)

Quelli che passano il tempo a cercar travi negli occhi altrui non hanno capito un cazzo.

giovedì 30 settembre 2010

Omissione: semantica e polarizzazione

Mi sono ritrovato a discutere con una collega sull'uso del verbo omettere, e del suo sostantivo omissione, e sulla possibilità di riferirli a qualsiasi azione non realizzata o solo a quelle previste, oltre che da una norma (e quindi nella sua accezione giuridica), anche solo da una consuetudine o aspettativa.

Esempio:
- Perché hai omesso che c'era anche Giuseppe?
- Non l'ho omesso, l'ho tralasciato credendo non fosse quello che mi stavi chiedendo.
- Ma se sai benissimo che mi interessa molto. Non me l'hai detto apposta!
- Semplicemente non te l'ho detto; ero obbligato?
- No, ma ci sono rimasta male, non me l'aspettavo da te.

L'omissione secondo me può essere riferita, non diversamente dal suo significato giuridico, solo al consapevole mancato svolgimento di una azione cui si era tenuti da un qualsiasi vincolo, anche di tenue valore, in assenza del quale l'uso del termine risulta improprio.
In questo senso omettere non è sinonimo, come invece indicato dalla maggior parte dei dizionari, di tralasciare, ma ne rappresenta uno dei possibili contrari.
Purtroppo non ho trovato rispondenza di questo mio ragionamento in alcun testo da me consultato.

martedì 28 settembre 2010

Noi credevamo, crediamo, e crederemo.

Il potere si esercita solo su soggetti liberi e dunque la resistenza di questi soggetti non è posteriore al potere, ma in quanto espressione della loro libertà, è prioritaria. La rivolta è un'espressione e un esercizio della libertà che non solo precede, ma anzi prefigura le forme che il potere metterà in campo nel momento della reazione. Se il nostro problema è capire meglio la natura dell'Impero che sta emergendo, allora occorre analizzare l'antagonismo, le rivolte e le ribellioni che lo pressano da vicino. Le lotte per la libertà determinano lo sviluppo delle strutture di potere.
(Tratto da Comune, di Michael Hardt, Antonio Negri, Harvard University Press, 2009, su Alfabeta2)

lunedì 27 settembre 2010

Anche.

Tu sei mia madre,
tu sei mio padre.

Sei mia sorella,
e mio fratello,

anche. Figlio mio.

sabato 18 settembre 2010

WWW - what women want

A tutti quegli uomini come Marcoz che ritengono astruso indossare un burqa, giunga il mio invito a farsi la ceretta a gambe, glutei e "zona bikini", infilarsi un assorbente interno su per il culo (non avendo la sede deputata), sigillare con un perizoma in pizzo e dei pruriginosi collant, coprire il tutto con una minigonna, arrampicarsi su un paio di scarpe tacco 12 e guidare la macchina sino al localino scelto per l'aperetivo.

Per dire che la scomodità e l'oltraggiosità di un costume non sono di per se stessi un ostacolo alla sua adozione più o meno volontaria e spontanea.

mercoledì 15 settembre 2010

Burqa Burlesque: francesi copioni, la Lega ci casca

Questa è la formulazione vigente dal 2005 di una legge italiana del 1975:
È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l'uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.
Il contravventore e' punito con l'arresto da uno a due anni e con l'ammenda da 1.000 a 2.000 euro.
Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l'arresto in flagranza.

Questo invece è il testo apprivato dal Senato francese il 13 settembre 2010 che la Lega vorrebbe copiare:
Article 1. Nul ne peut, dans l'espace public, porter une tenue destinée à dissimuler son visage. Nessuna persona può, in pubblico, portare un abbigliamento adestinato a celare il suo volto.
Article 2. I. - Pour l'application de l'article 1 er , l'espace public est constitué des voies publiques ainsi que des lieux ouverts au public ou affectés à un service public. I. - Ai sensi dell'articolo 1, lo spazio pubblico è costituito da strade pubbliche e luoghi aperti al pubblico o impegnati in un servizio pubblico.
II. - L'interdiction prévue à l'article 1 er ne s'applique pas si la tenue est prescrite ou autorisée par des dispositions législatives ou réglementaires, si elle est justifiée par des raisons de santé ou des motifs professionnels, ou si elle s'inscrit dans le cadre de pratiques sportives, de fêtes ou de manifestations artistiques ou traditionnelles. II. - Il divieto di cui all'articolo 1 non si applica se il comportamento è imposto o consentito dalla legge o da regolamento, se sia giustificato da motivi di salute o motivi professionali, o se rientra nel quadro delle attività sportive, festival o artistica o tradizionale.
Article 3. La méconnaissance de l'interdiction édictée à l'article 1 er est punie de l'amende prévue pour les contraventions de la deuxième classe. L'ignoranza del divieto di cui all'articolo 1 è punito con la multa per infrazioni alla seconda classe.
L'obligation d'accomplir le stage de citoyenneté mentionné au 8° de l'article 131-16 du code pénal peut être prononcée en même temps ou à la place de la peine d'amende. L'obbligo di eseguire l'arresto di cui all'articolo 8 del 131-16 del codice penale, possono essere assegnati in aggiunta o al posto della multa. (FR - ITA)