sabato 16 marzo 2019

La fine dei giorni

Mi ritrovo a constatare, dopo quasi tre lustri di blogosfera, che non ho mai scritto di prostituzione.
Il motivo non ho difficoltà ad individuarlo.
Essermi rinchiuso in una sorta di bolla, con sempre meno interlocutori sempre più selezionati, dove vige una sorta di convenzione liberale, ha reso superfluo, pleonastico, parlare di prostituzione.
La pratica volontaria della stessa, come la scelta di acquistare i servizi di una persona che si prostituisce, rientrano nell'esercizio di quella autodeterminazione che è cardine del pensiero liberale.
Ciò che due o più persone adulte decidono di scambiarsi non è cosa che possa riguardare altri, a meno che non arrechi loro danno o fastidio grave.
Sul proprio corpo, sulla propria mente, l'individuo è sovrano.
Se non c'è vittima non c'è reato.
Sul concetto di prostituzione non ho naturalmente mai pensato fosse necessario esprimermi.
Rifiutando l'opzione anarchica, a vantaggio di uno stato liberale garante delle libertà dei cittadini, in questo come in altri casi, come stupefacenti e fine vita, la mia posizione è netta a favore della legalizzazione.

La legalizzazione, operata su quella che è una scelta libera e legittima dell'individuo, ha alcune immediate conseguenze.
Prima di tutto garantisce, riconoscendola, la libertà della persona.
In secondo luogo presidia l'esercizio di quella legittima scelta, in modo che siano garantiti i diritti di tutti.
Garantisce inoltre che tutti partecipino secondo le loro possibilità al finanziamento della spesa pubblica.
Sottrae infine le attività legalizzate alla clandestinità, dove non ci sono diritti, non ci sono garanzie, non si pagano tasse e dove per contro si creano vasti spazi per l'esercizio illegale da parte di organizzazioni necessariamente criminali, garantendo a queste ampi margini di guadagno, ancora una volta occulto e quindi esentasse. La contiguità con la criminalità organizzata, imposta dalla mancata legalizzazione, espone i soggetti che, in teoria, esercitano un loro legittimo diritto a rischi penali e personali accessori indotti. Quello che si chiama effetto criminogeno.
La prostituzione è addirittura esempio emblematico di queste situazioni; non posso quindi che dichiararmi assolutamente favorevole alla sua legalizzazione.

Se sul piano giuridico l'argomento può a mio modesto parere ritenersi definito, privo di zone d'ombra, ben'altra cosa è il piano sociale, sociologico e psicologico.
Sul piano sociale, dal lato dell'offerta, ancora una volta allargando il campo d'indagine, il fatto che ci siano dei lavoratori che per la normale esigenza di procurarsi un reddito per vivere debbano sottoporsi a lavori umilianti, degradanti, pericolosi o semplicemente mal retribuiti è un problema reale, di cui lo Stato, nello specifico la Repubblica Italiana, ai sensi della Costituzione, deve farsi carico. Lavori come quelli, oltre un certo limite, diventano incostituzionali.
Oltre un certo limite, nel senso che il lavoro ha intrinsecamente un elemento di disagio per il lavoratore, a cominciare dal fatto che il tempo di lavoro è almeno in parte sottratto al tempo di vita e erosivo del tempo libero e del riposo.
Il lavoro è spesso fatica, ma anche tensione, stress, pericolo, giudizio, subordinazione.
E tutto ciò non lo rende incostituzionale, in quanto insito nel lavoro stesso.
Ancora una volta, ciò che opera al fine del rispetto delle condizioni minime di lavoro è l'azione regolatrice e di garanzia dello Stato, che segue la legalizzazione.

Sul piano sociologico, l'argomento si fa oceanico.
È la questione di genere in una della sue molteplici declinazioni.
L'asimmetria nell'approccio alla sessualità e all'affettività dei generi maschile e femminile, storicamente e culturalmente consolidata, fa sì che la domanda, primaria, sia sostanzialmente, nei numeri, maschile, e l'offerta, secondaria, sia quasi del tutto, sebbene con consistenti variazioni ed eccezioni, femminile.
La prostituzione stessa, ma sopratutto i suoi aspetti più degradati e degradanti, che nessuna legalizzazione da parte di uno stato liberale potrà mai includere, e tutta la violenza di genere, senza possibilità di individuare una precisa linea di demarcazione tra le due, dipende dall'esistenza di una compulsiva domanda maschile.
Esiste, ma numericamente irrilevante, tuttavia rilevabile, anche una domanda femminile e più in generale una variegata domanda non prettamente maschile.
È in questa prospettiva della asimmetria suddetta che si evidenzia un punto nodale da cui partire.
Se fosse il piacere, ed il suo bisogno compulsivo, a generare la domanda, non ci si spiegherebbe tale asimmetria, essendo il piacere sessuale presente in tutti gli esseri umani.
La fisiologia, pur prodiga di spunti, non mi pare un filone capace di offrire sufficienti elementi per giustificare una tale asimmetria.
Più generose di promesse mantenute appaiono l'antropologia, e la Storia, che ci insegnano che i modelli  di civiltà umana, di organizzazione sociale e politica, che nel tempo si sono rivelati capaci di vincere la lotta per la sopravvivenza contro le formazioni rivali e la natura stessa sono quelle violente, patriarcali, maschiliste e misogine.
Qui è il caso di recuperare quell'asimmetria fisiologica enorme, macroscopica, che non va identificata nel piacere, quanto nella riproduzione che quello precede e favorisce.
Nella necessità di controllare ed incanalare la capacità della donna di dare alla luce l'erede, queste società patriarcali hanno elaborato un modello culturale maschilista, dove la donna è inferiore all'uomo, dove il desiderio femminile deve essere impuro, moralmente sconveniente, subordinato alla riproduzione dell'erede.
Il maschio costruisce, combatte, conquista, depreda, sottomette, accumula, solo se ha la presunzione che il suo seme, la sua discendenza certificata, erediterà il suo patrimonio, parola chiave.
L'utero è lo scrigno dove sono riposti i sogni di immortalità del maschio. Il corpo della donna è la sala del tesoro, la cultura maschilista è la guardia armata che veglia sul tesoro, il piacere femminile è il complice che apre la porta dall'interno al ladro che attenta al tesoro.
Si capisce come in alcune culture particolarmente retrograde, l'escissione della clitoride diventi un antifurto necessario. L'eradicazione del male.
Di riflesso, la stessa cultura maschilista necessita di un maschio che al piacere sessuale assomma e sostituisce l'imperativo di dominare la donna, che significa prima di tutto mettere il proprio seme nello scrigno.
Un furore cieco, una coazione a ripetere che nell'esacerbarsi ha finito per perdere di vista l'aspetto procreativo e concentrarsi sulla penetrazione a prescindere dall'oggetto penetrato.

Molti sono nella storia anche antica gli esempi  di superamento di questo schema; è la storia della civiltà, ed in particolare della civiltà occidentale, con le sue radici ellenico-giudaico-cristiane, e il suo culmine che è rappresentato da quel pensiero liberale richiamato all'inizio del discorso.
Il valore sacrale della vita, di cui siamo debitori al cristianesimo, la cui matrice misogina tuttavia ne fa uno delle roccaforti del pensiero maschilista.
Il valore della libertà, frutto maturo dell'umanesimo culminato nelle rivoluzioni sette-ottocentesche, che nella lotta contro gli assolutismi hanno dato l'avvio alla demolizione del patriarcato, perlomeno sul piano politico.
La parità e l'uguaglianza delle persone senza distinzione di genere, di etnia, di religione e convinzioni politiche, che è invece frutto del per altri aspetti tragico novecento.
Nel primo mondo queste sono conquiste giuridiche e culturali oramai consolidate sul piano formale.
Sul piano sostanziale la vita, la libertà ed il rispetto delle fasce deboli della popolazione sono ancora bisognose di cura e tutela.
Altrove - gli esempi abbondano - anche il piano formale paga un notevole ritardo.

Dopo le lotte sindacali per i diritti dei lavoratori, il movimento per i diritti dei neri e per l'indipendenza delle colonie, la liberazione e l'emancipazione della donna, partita con le suffragette, culminò con il movimento per la liberazione sessuale del 1968, poi si arrestò.
Insomma, c’era una grande promessa di felicità all'indomani della rivoluzione sessuale del 1968 e della rivoluzione femminista.
C’era una grande scommessa che ballava sulla pelle del mondo, quella di essere uomini e donne libere. Ma quando come donne abbiamo finito di dire agli uomini tutto quello che in loro non andava, non abbiamo avuto il coraggio di fare lo stesso con noi, e ci siamo rinchiuse nuovamente nell'ipocrisia e nei sensi di colpa che sono le facce con cui il potere, maschile e femminile, da sempre ci imprigiona e determina il nostro stesso vivere.
Avevamo una grande occasione. Avremmo potuto sederci attorno a un tavolo, uomini e donne, per ascoltare come eravamo, per vederci con gli occhi dell’altro e per capire fino in fondo chi eravamo. Confrontando dalle rispettive postazioni le nostre miserie e le nostre paure, gli egoismi e gli slanci avremmo scoperto l’altro.
Avremmo potuto parlare dell’assolutezza del potere materno all'interno delle famiglie, della indispensabile funzione paterna di presa in carico della realtà. Della difficoltà di possedere e poi separarsi da una madre, della difficoltà di crescere quando manca un padre. Della difficoltà di trasformare l’invidia che ogni generazione deve affrontare nella crescita della successiva generazione per offrire un percorso evolutivo nell'esistenza.
Sarebbe stato importante confrontarsi con la fatica della comprensione di come cambiava lo spazio pubblico per gli uomini con l’irruzione delle donne, e come cambiava l’umano, maschile e femminile, se ad essere alterati erano i meccanismi di cura materni delle generazioni successive, e chiederci se la nostra libertà corrisponde solo ai nostri bisogni privilegiati di adulti e non al diritto di chi venendo al mondo in quello stesso tempo non può fare altro che sottostare.
Monica Pepe, MicroMega, 17 novembre 2017 
Questo è il punto in cui il processo si è fermato. Non del tutto. Non per sempre.
Ma quel processo di liberazione e di esaltazione dell'essere umano, che, partendo da Petrarca, passando per Giordano Bruno sino ai filosofi liberali degli ultimi secoli, si sarebbe potuto completare con l'entrata a pieno titolo della donna da pari nell'umano consorzio, si è interrotto, esattamente dove dice Monica Pepe, "ci siamo rinchiuse nuovamente nell'ipocrisia e nei sensi di colpa". Ha prevalso la paura.
Paura di scoprire di non essere se stessi, o perlomeno non solo, ma essere qualcuno o qualcosa che altri hanno deciso che fossimo.
Paura di non sapere più chi siamo, una volta asportare le formazioni parassitose che abbiamo sempre pensato fossero parte essenziale di noi. Confondere una asportazione con una amputazione.
La nostra identità di maschi e di femmine, la nostra identità di figli e di figlie, di mogli e mariti, da buttare all'aria e ricostruire.
Ricostruire. Ricostruire, se non si vuole che la liberazione dell'essere umano coincida con la sua estinzione, "per offrire un percorso evolutivo nell'esistenza", sempre Monica Pepe.
Dicevo all'inizio che sopravvissero le formazioni sociali maschiliste, ma non perché non ce ne siano state di differenti, ma semplicemente perché non hanno avuto discendenza, non hanno lasciato eredi.
I neanderthal pare fossero pacifici e riflessivi; noi sapiens buzzurri attaccabrighe abbiamo finito per farli estinguere, ad eccezione di qualche gene sopravvissuto agli stupri etnici.
Sembra che in quel fatidico 1968 sia stata sfiorata un'epocale catarsi del mito platonico degli ermafroditi. Il mito delle anime gemelle, separate da Zeus per invidia, né più né meno come quello della cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, ci danno conto della misera condizione umana. Uomini e donne, separati alla nascita, l'un contro l'altra armati.
Uniti potremmo conquistare il cielo, ma Monica Pepe ha detto bene anche lì, "avevamo una grande occasione".
Invece ci troviamo imprigionati in questa asimmetria, con questa differenza di potenziale che ci allontana invece che avvicinarci. Esseri incompleti, figure di un teatrino delle ombre a recitare un copione scritto da altri.
Ancora non riesco ad immaginare quanto dovrà essere grande quel tavolo attorno al quale dovremo sederci e per quanto tempo occorrerà restarci, ma mi pare l'unica possibilità di superamento di questa situazione. Ma fino a quando resteremo ancorati a quelle identità di genere che fanno di noi delle comparse nella guerra dell'utero, misoginia maschile e femminile, prostituzione e violenza di genere resteranno tratti tipici della condizione umana.

venerdì 3 novembre 2017

Adelante, Pedro!

Non se ne può più di false ipocrisie; di Montanelli che aveva una schiava in Abissinia e a fine servizio la cedette con una buona dote di sarcasmo a Feltri che la cedette a Belpietro; dell'Asia che rallenta la crescita e apre all'America per non rovinarsi la carriera di tigre di Mompracem; di quelle che era "loro" ciò che secondo lo schiavista abissinico avrebbero avuto difficoltà a piazzare sul mercato; di Silvione che non perde né il vizio né il pelo e gigioneggia giganteggiando come se piovesse, governino bono! che una nuova pietà insegno al mondo africo, presentando loro il suo alterego in vetrochina e acciaio inox; di cesarebattisti, dei cerchiobottisti, dei cani gattisti, dei maschi femministi, degli automobilisti, dei linotipisti, dei gatti neri, dei pessimisti, dei cattivi pensieri; l'anno portato via di chiesa in quattro, in una coperta tenuta ai quatto angoli, la mattina presto, tra i primi discenti della prima messa del mattino; cinquanta, cento, cinquecento, mille; cinquanta, cento, cinquecento, mille; e chi mi crederebbe non mi legge più e chi mi direbbe che no, neanche.

domenica 17 gennaio 2016

Matrimonio plurale, molto modestamente arrivai prima di loro!

Sull'Internazionale dell'undici gennaio 2016 Chiara Lalli presenta il libro di Ronald C. Den Otter dal titolo "In Defense of Plural Marriage" del maggio 2015.
La tesi di fondo è che una società liberale non abbia validi argomenti per limitare il diritto degli individui a legarsi in matrimonio in numero superiore a due. 
Molto modestamente, è una conclusione a cui arrivai già nel giugno del 2009, ma, si sa, a quel tempo facevo parte di una avanguardia culturale.

giovedì 5 giugno 2014

Ragionamenti fatti col culo!

Ciao. È iniziata la campagna elettorale e io uso
qualunque mezzo. Votate L'altra Europa con Tsipras.
Deja vu, l'uso e l'abuso dell'immagine del corpo feminile, la libertà di autodeterminazione di ciascuno e ciascuna [il culo è suo e lo gestisce lei], siamo davvero tutti un poco puttane?
Ma poi perché la qui presente Paola Bacchiddu, dinamica supporter della Lista Tsipras che pubblica questa foto di schiena col dichiarato intento di usare il suo culo per fare campagna elettorale, mi fa tanta simpatia, mentre Annalisa Chirico, che rivendica il suo diritto di sentirsi un poco puttana ma incommensurabilmente libera nell'accavallare le gambe per meglio disporre il suo interlocutore, mi fa ribrezzo?
Probabilmente la risposta sta nel fatto che, come notano alcuni dei suoi commentatori più dolci, la Bacchiddu mostra il culo, ma anche uno scorcio di sorriso che cambia interamente il senso dell'immagine. Potenza dell'autoironia.
Mi fa pensare ad una donna intelligente e tale mi fa apparire anche il suo comportamento.
Simpatia che evolve e acquista spessore nella mia mente sino ad affiancare la sua immagine a quella di un'altra giovane donna, Pippa Bacca, che usò il suo corpo per un'altra campagna promozionale.
In entrambi i casi arrivo alla conclusione che la malizia è talvolta solo negli occhi di chi guarda; che siamo noi che dobbiamo acquisire la capacità di guardare un'immagine per quello che è, a non confondere una proposta con una provocazione.

domenica 7 luglio 2013

A chiamarle puttane si manca di rispetto a quelle vere. Ennesima inutilità lessicale.

L'ispirazione, come spesso accade, mi deriva dalla lettura di un post di Malvino, che ha sempre un occhio di riguardo per Il Foglio di Giuliano Ferrara e per i radicali di Pannella.
Come al solito, è bastato che Berlusconi si sia trovato impelagato in un caso di prostituzione che subito una pletora di intellettuali d'area ha dato corso ad una corrente di pensiero per sdoganarla al grido di "Siamo tutti puttane".
Malvino porta due documenti, uno dei quali è la seguente dichiarazione di tale Annalisa Chirico:


"... quando mi basta accavallare le gambe per disporre meglio il mio interlocutore, io mi sento un po' puttana, ma anche incommensurabilmente libera."
Dico: a me a questo punto necessita una distinzione lessicale, perché una cosa è prostituirsi, "far commercio del proprio corpo, per denaro o per interessi materiali" [Zingarelli 2001] professionalmente, cioè per guadagnarsi da vivere; altro è "accavallare le gambe per disporre meglio il mio interlocutore" nella vita quotidiana e professionale di chi svolge un'altra attività.
I primi, o le prime, continuiamo a chiamarli prostitut* o puttan* e trattarl* col rispetto che si deve a qualunque lavoratore o lavoratrice che offre i suoi servizi a chi li gradisce e ne trae un giusto reddito per il suo sostentamento.
I secondi, o le seconde, chiamiamol* con un altro nome, per rispetto dei primi e delle prime. Potremmo chiamarli "diversamente liber*".

domenica 16 giugno 2013

Intorno alla Convenzione di Istambul e alla violenza di genere.



Sempre le stesse cose.

Ho letto la convenzione [di Istambul]. Un passo avanti per paesi dove vige la sharia, una palude di luoghi comuni e visioni miopi per i paesi occidentali. L'errore di fondo, ma mi rendo conto di essere una voce dissonante, consiste nel confondere la violenza di genere con la violenza sulle donne, che è solo la sua manifestazione più evidente.

Questo equivoco porta a pensare che l'aspetto rilevante sia l'essere femmina delle vittime, da cui l'assurdo concetto di femminicidio, che contesto alla radice, mentre l'elemento scatenante delle violenze di genere è il sentirsi (tenuto a dimostrare di essere) maschio dell'attore.

Nel caso di cronaca da cui prendiamo spunto, non avrebbe fatto alcuna differenza se invece di una giovanetta, il bruto fosse stato respinto da un giovanetto, ma anche da un cavallo, o da una motocicletta. L'uomo che non deve chiedere mai - quanti danni ha fatto quello slogan - ha bisogno di affermarsi sul più debole per sentirsi (riconosciuto come) uomo. Non sottomettere qualcuno gli lascerebbe l'insopportabile sensazione di essere lui sottomesso a tutti, che per alcuni è condizione peggiore della galera e della morte stessa.

La sottomissione della donna, non a caso formalizzata nelle scritture sacre, è il meccanismo che a livello planetario consente di normalizzare il fenomeno in modo che anche l'ultimo dei derelitti si possa sentire maschio, almeno ogni tanto, al peggio violentando una passante o seviziando un animale (sul tenere un cane ce ne sarebbe da dire, in questa chiave).

Anche sull'utilità storica di maschi così concepiti si potrebbe discutere a lungo, ma si arriverebbe comunque alla conclusione che, almeno nel mondo occicentale, rappresenta solo una fastidiosa eredità di cui liberarsi senza rimorsi.

Siamo in grado, come madri e padri di oggi, di allevare uomini e donne esenti da questo tarlo? Questa è la domanda che come padre mi pongo continuamente. Si tratta di buttare alle ortiche buona parte della nostra cultura familiare e collettiva. Dico uomini e donne, non a caso titolo di una fortunata parata di luoghi comuni, perché senza le galline, diceva qualcuna, il gallo non può fare l'uomo.

Il mito eterno della patria e dell'eroe l'aveva già messo in dubbio Guccini. Ma occorrerebbe spingersi molto oltre, rimettendo in discussione il romanticismo e tutta la morale sessuale, passando per questioni spinose come la pedofilia e apparentemente marginali come l'arte, per giungere sino al concetto di proprietà, che fu prealessandrino, come dice Battiato.

In questo senso la Convenzione di Istambul è un pannicello caldo sulla fronte per il malato grave, e una benda sugli occhi per chi si cosidera evoluto, salvo non riuscire a spiegarsi come alcune malepiante, la violenza di genere è una, la prostituzione e le dipendenze sono altre due, continuno a infestare i campi, alla faccia di tutti i veleni che spandiamo sulle messi.

Questo non vuol dire che io non mi auguri che tutto il mondo arrivi al nostro stadio, dove l'argomento è poco più che da talk show, buono giusto per facebook. Quando tutti saranno arrivati, anche per merito di azioni simili, resterà sempre il problema di fondo. Finché ad un essere verrà insegnato a pensare a se stesso in relazione alla sua capacita di sottomettere qualcuno, maschio, femmina o animale che sia, la violenza di genere non sarà eliminata.

domenica 26 maggio 2013

Basta che funzioni. Il macabro tira più del politico.

Il funerale di Don Gallo e la beatificazione di Don Puglisi fanno il pienone, mentre i comizi elettorali fanno flop.
Non lamentiamoci se qualcuno ricomincia a mettrer bombe

sabato 18 maggio 2013

Malvino: Volerlo, deciderlo, farlo

Malvino: Volerlo, deciderlo, farlo

L'autodeterminazione non è in discussione, almeno per me, quindi il discorso potrebbe finire qui.
Quanto agli aspetti medici, io non devo nemmeno fingere di essere profano per dire di ignorare la natura del rischio.
Parto però da un dato che assumo dalla stampa come certo solo ai fini del ragionamento, cioè che la malattia non era in atto, benché certa in futuro.
La prima considerazione che ho fatto e che anche la morte è certa in futuro, quindi tanto varrebbe suicidarsi subito. Anche qui l'autodeterminazione è fatta salva, quindi, nessun problema, a parte l'evidente paradosso.
La seconda considerazione che ho fatto è legata alla professione di A.J. che comporta il fatto che i seni per lei sono ferri del mestiere, quidi la cosa assume anche un valore "pubblico".
Tornando per un attimo alla sfera personale, si è scritto e che la femminilità non è nel seno o nelle ovaie; giusto.
Allora perché la ricostruzione? Se erano diventate un rischio e si è deciso di asportarle preventivamente perchè una donna non è i suoi seni, perché rifarli di silicone?
Ha qualcosa a che vedere con l'immagine allo specchio, la sicurezza in se stessi? Può darsi, allora perché affrettarsi a toglierle.
Una donna ferma e sicura potrebbe anche decidere di mostrarsi piatta nella sua vita di relazione, personale e professionale (?) a meno che con quel corpo non ci lavori e per l'appunto i seni, le labbra, i glutei e via dicendo siano i ferri del mestiere.
Confusamente cerco di spiegare la mia ferma fede nell'autodeterminazione non basta a rimuovere la sensazione di contrarietà generata in me dalla notizia.
Come uomo, come spettatore, mi sento preso in giro, truffato dall'idea che una donna che ha fatto anche della sua fisicità un elemento del suo successo possa, dopo aver legittimamente deciso di asportarsi i seni, sostituirli con due finti - magari migliori - e ripartire come una F1 dopo il cambio gomme.
Al contrario di quanto può a molti venire in mente, non è come le tonnellate di silicone che traboccano dalle pagine dei giornali e dagli schermi; non si tratta di gonfiarsi le tette sino a dimensioni inverosimili per stimolare visivamente, o tattilmente, l'eccitazione maschile - cosa ingenuamente sincera - o aumentarsi di una o due taglie per riempire meglio la scollatura di rotondità e di sguardi rassicuranti, o riportare ad antichi fasti ciò che Newton aveva spinto in basso con gli anni; qui si tratta di altro.
È il passaggio dalla determinazione del sé all'imposizione sugli altri; è la pretesa di decidere per me che la guardo mentre lavora (in fondo il suo lavoro consite in questo) che posso e devo continuare a guardare quel seno e a farmelo piacere senza sindacare sulla sua naturalità o artificialità.
Come se i produttori del mio amatissimo liquore di mirto decidessero di non usare più le profumatissime bacche mediterranee ma un identico aroma chimico, dichiarandolo palesemente negli ingredienti, ma senza cambiare il nome e l'etichetta. Anche qui, come se io non dovessi occuparmi di cosa mi piace, ma limitarmi a confermare che mi piacciono il liquore di mirto e le tette di A.J.
Beh, non è così.

sabato 4 maggio 2013

0101101000010001001110101000010
1101000010100010101000010101010

lunedì 18 ottobre 2010

Con permesso.

sabato 9 ottobre 2010

Ris-post (a marcoz, gians, e più)

La violenza è solo una.

Violenza è provocare a qualcuno più debole una sofferenza contro la sua volontà, pensando di averne diritto.

Qualsiasi distinzione riferita alla violenza che non parta da questa considerazione rende quella distinzione fittizia, pretestuosa, utile a sostenere a posteriori una linea nota a priori.

La condizione necessaria perché si possa parlare di violenza è che la vittima sia indifesa, che non possa utilmente opporsi alla violenza; la violenza si realizza tra uno consapevole di non potersi opporre e un altro consapevole di poterla esercitare. Altrimenti è un'altra cosa.

L'elemento soggettivo della vittima è il tratto fondamentale, distintivo, della violenza; è a quello che occorre prestare attenzione, più che alle forme in cui viene perpetrata, al percorso che la precede, all'animus di chi la compie. Nel momento in cui un atto o un comportamento è subito come violento da chi lo subisce è realizzata la condizione per cui si possa parlare di violenza, che si perfeziona nella mancanza di accertamento dell'esistenza del consenso. Il disinteresse del violento per i sentimenti della vittima, quando non il piacere sadico di osservarli, sono l'altro elemento soggettivo fondamentale.

I motivi del violento non sono invece rilevanti, in quanto tutti i violenti hanno sempre una buona ragione per esserlo; principalmente il violento è colui che ha subito violenza in precedenza; il marito che picchia la moglie è stato costretto ad assistere alle violenze del padre sulla madre, il serial killer è stato stuprato da bambino da uno zio; il dittatore sanguinario aveva un padre assente e una madre apprensiva della quale non è mai riuscito ad elaborare il lutto, il militare israeliano ha visto morire molti suoi coetanei dilaniati dalle bombe dei kamikaze, il kamikaze ha visto molti suoi familiari inermi morire sotto le bombe israeliane lanciate sui villaggi di povera gente. Tutto questo è noto alla cultura politica da alcuni millenni ed è la motivazione principale del successo di quelle forme di aggregazione che partendo dalle tribù sono arrivate alle istituzioni nazionali e sovranazionali, che fanno della difesa e dell'ordine i loro motivi fondanti nell'opposizione alla legge del più forte. Oggi è lo stato di diritto che affermando la libertà e l'uguaglianza di tutti gli uomini rinnega la violenza e si erge a difesa dei deboli.

Il violento è colui che crea con la forza un temporaneo strappo nella copertura dello stato di diritto, e in quello spazio applica la legge del più forte a danno di uno più debole. Il violento non è quindi nemico della vittima, ma nemico dell'intero consorzio umano, del quale disconosce la legittimità e la stessa ragion d'essere. Non si può quindi guardare alle violenze con distinzioni di sorta, perché esse rappresentano un unico movimento trasversale antagonista della pace e della tranquillità.

Non chiedere mai per chi suona la campana, essa suona per te. (John Donne)

venerdì 1 ottobre 2010

Matteo (7,5)

Quelli che passano il tempo a cercar travi negli occhi altrui non hanno capito un cazzo.

giovedì 30 settembre 2010

Omissione: semantica e polarizzazione

Mi sono ritrovato a discutere con una collega sull'uso del verbo omettere, e del suo sostantivo omissione, e sulla possibilità di riferirli a qualsiasi azione non realizzata o solo a quelle previste, oltre che da una norma (e quindi nella sua accezione giuridica), anche solo da una consuetudine o aspettativa.

Esempio:
- Perché hai omesso che c'era anche Giuseppe?
- Non l'ho omesso, l'ho tralasciato credendo non fosse quello che mi stavi chiedendo.
- Ma se sai benissimo che mi interessa molto. Non me l'hai detto apposta!
- Semplicemente non te l'ho detto; ero obbligato?
- No, ma ci sono rimasta male, non me l'aspettavo da te.

L'omissione secondo me può essere riferita, non diversamente dal suo significato giuridico, solo al consapevole mancato svolgimento di una azione cui si era tenuti da un qualsiasi vincolo, anche di tenue valore, in assenza del quale l'uso del termine risulta improprio.
In questo senso omettere non è sinonimo, come invece indicato dalla maggior parte dei dizionari, di tralasciare, ma ne rappresenta uno dei possibili contrari.
Purtroppo non ho trovato rispondenza di questo mio ragionamento in alcun testo da me consultato.

martedì 28 settembre 2010

Noi credevamo, crediamo, e crederemo.

Il potere si esercita solo su soggetti liberi e dunque la resistenza di questi soggetti non è posteriore al potere, ma in quanto espressione della loro libertà, è prioritaria. La rivolta è un'espressione e un esercizio della libertà che non solo precede, ma anzi prefigura le forme che il potere metterà in campo nel momento della reazione. Se il nostro problema è capire meglio la natura dell'Impero che sta emergendo, allora occorre analizzare l'antagonismo, le rivolte e le ribellioni che lo pressano da vicino. Le lotte per la libertà determinano lo sviluppo delle strutture di potere.
(Tratto da Comune, di Michael Hardt, Antonio Negri, Harvard University Press, 2009, su Alfabeta2)

lunedì 27 settembre 2010

Anche.

Tu sei mia madre,
tu sei mio padre.

Sei mia sorella,
e mio fratello,

anche. Figlio mio.