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Forse mai come ora
l'erotismo è vincente
ma col tempo capisci che il sesso
è poco importante
se non è in sintonia con l'amore
è un piacere fugace
però quella lì mi piace.
Io so bene che il sesso
ha una certa funzione
e dovrebbe servire più che altro
alla procreazione
stranamente su questa teoria
son d'accordo col Papa
però quella lì mi arrapa.
La mia vita
così triste, così passiva
ripetitiva.
Quasi sempre c'ho un nodo in gola
ma la vista di un bel seno
mi consola.
Come sono corrotto
è una donna piuttosto attraente
l'ho già detto.
Sotto, sotto chissà cosa sente
ha quell'aria innocente e pulita
e perciò va punita.
Forse mai come ora
ovunque ti giri
c'è una grande invasione di nudi
e di storie volgari
che contrasta con una realtà
così piena di angosce
però quella lì che cosce.
La mia vita
è strapiena di tante cose
assai noiose.
C'ho anche un po' di malinconia
ma alle volte un bel culo
fa allegria.
Come sono corrotto
io non so lei chi sia ma è un dettaglio
non un difetto.
Forse, forse direi che è anche meglio
quando parla
è un po' troppo agguerrita
e perciò va punita.
Io ci tengo al rapporto umano
però va punita.
Il perché non lo so nemmeno
però va punita.
Sono peggio di un talebano
però va punita... punita... punita...
Punita.
Da "Io non mi sento italiano" 2003
(Fonte "Far finta di essere sani")
mercoledì 25 febbraio 2009
mercoledì 18 febbraio 2009
La magia del circo
Domenica sono stato al circo, soprattutto per portarci per la prima volta la mia bambina di cinque anni. In verità mi ci hanno quasi portato a forza, lei e mia moglie, in extremis, l'ultimo giorno prima che il circo smontasse le tende. Perché il circo è così: ne hai visto uno, li hai visti tutti. E poi, come ho detto più volte a mia figlia nella lunga trattativa, quei poveri animali che dovrebbero stare nella jungla, o nella savana, o nel deserto invece che ridotti a saltimbanchi per il nostro divertimento: "se tu fossi un uccellino preferiresti stare in gabbia o volare libero?"
Poi però entriamo, il buio, la polvere, gli odori, le luci, la musica e i pagliacci. I pagliacci sono gente seria, non si accontentano di farti ridere; ti solleticano la pancia sino ad abbattere qualsiasi tua difesa. In breve, dopo 5 minuti mi produco in una serie chiassose esplosioni di risa.
Arriva la volta dei cammelli, con una criniera folta e innaturale, ciascuno con una giovane e impettita odalisca in groppa, tra le gobbe rese cascanti dalla lunga assenza dal deserto. Ossimoro sicuramente voluto. Le stesse ragazze saranno di volta in volta gli ostacoli dell'elefante, le gatte sadomaso devote al domatore di tigri, le ballerine da cafè chantant del finale. Lo capisci quasi subito: il circo, come la nautica, come il campeggio, non conosce il superfluo; niente che non sia indispensabile e che non venga utilizzato in tutti i modi possibili.
Dopo i cammelli, i cavalli; dopo i cavalli, le tigri. Nel vedere uno splendido cavallo, o un enorme elefante, o una affascinante tigre, condannati a vivere come cavie da laboratorio ed a esibirsi come giullari, la tristezza sorpassa ampiamente lo stupore e l’ammirazione. Gli animali al circo sono come i bambini che lavorano in famiglia, vittime di una violenza inconsapevole di chi li ama.
Alla fine mi resta una sensazione forte, una certezza; il circo è una delle tante forme di spettacolo, ma a differenza delle altre non si sostanzia nella ricerca esasperata della perfezione della finzione ma più di tutte si concentra nella produzione di una realtà. Al circo è tutto vero, a cominciare dalla pista, di terra, per terra; il tendone, i corridoi polverosi, le luci, il fumo, la musica dell’orchestrina – frivolamente chiamata “internazionale”, il cerone dei pagliacci, i muscoli degli acrobati, gli animali, le natiche nude della sgambatissima trapezista. Questa è la magia del circo che fa sì che gli si possa perdonare anche di aver imposto la sua vita anche agli animali che vi lavorano. Tutto vero.
giovedì 12 febbraio 2009
Il piano inclinato, ovvero il punto di non ritorno è stato sorpassato
Non sono riuscito a scrivere nulla su Eluana; non sono riuscito a venire a capo di un solo dubbio di quelli che la sua vicenda umana mi ha instillato. Non sono sicuro di nulla, mai come adesso.
Sulla vicenda politica invece è il contrario: la deriva è talmente evidente che qualsiasi commento appare superfluo.
Quello che invece mi pare sia degno di nota è il fatto che questa storia ha costretto tutti, ciascuno per sè, a cominciare, volenti o nolenti, a stendere la bozza del proprio testamento biologico.
Ci ha costretto a chiederci cosa avremmo voluto noi se fossimo stati al posto di Eluana; qualcuno con la paura di essere ucciso senza potersi difendere, altri con la paura contraria, di essere tenuti in vita contro la loro volontà. Probabilmente entrambe per tutti.
Per me la questione si riduce ad una sola domanda: quale vita è degna di essere vissuta? Quale vita non lo è? In ultima analisi: cosa è la vita?
Il primo pensiero, mosso dall'istinto primario di sopravvivenza, è quello di trovarmi cosciente e desideroso di vivere, dentro un corpo apparentemente inerte, incapace di comunicare. Di certo considererei chi mi staccasse la spina un assassino, forse inconsapevole, ma assasino. Ad una siffatta paura dovrebbe corrispondere un'indicazione conservativa.
Il secondo pensiero, più epicureo, è quello di trovarmi cosciente e sofferente, tanto da desiderare di morire, e sperare che quella spina me la stacchino al più presto.
Il terzo pensiero, forse il più pragmatico, è di operare perchè questa difficile scelta non rimanga nella responsabilità di un estraneo, come un giudice o un medico, o peggio nello struggimento di chi mi vuole bene. Decidere per quando non sarò più capace di farlo assume in questa prospettiva la natura di diritto ma anche, stranamente, quella di un dovere. Lasciare in bianco questa pagina può apparire comodo, ma è senza dubbio imprevidente e ingiusto.
Inutile arrovellarsi a spiegare come dovranno essere interpretati i miei segnali, perché fino a che sarò in grado di darne va da sè che intendo decidere per me, e pretendo che le mie decisioni vengano rispettate.
Una cosa mi è chiara: per me la vita è tale solo se è cosciente. Io esisto come persona solo nella misura in cui ne sono cosciente; quando non ne fossi più cosciente non sarei più io, ma il resto di me. Se lo stato di incoscienza sopravvenisse ad un processo degenerativo irreversibile e quindi certo, vivo o morto a quel punto non farebbe alcuna differenza. Arrivo a dire che la scelta se tenermi in vita, donare i miei organi o darmi in pasto ai pesci non mi riguarderebbe più. Neanche il dolore mi riguarderebbe più. Fate come meglio vi pare.
Diverso quando la riduzione ad uno stato di totale inerzia senza ragionevoli previsioni di recupero e la perdita di coscienza derivasse da un evento traumatico, senza la possibilità di seguirne l'evoluzione e di averne qundi certezza. Mi potrei trovare prigioniero di un corpo inerte, incapace di comunicare alcunchè, ma non per questo incapace di provare gioia e dolore.
Senza sbandierare certezze, credo fortemente che le due ipotesi non abbiano la stessa potenzialità; credo in quello stato si possa soffrire molto più di quanto si possa gioire. Un corpo malandato può dare tutte le sofferenze immaginabili e davvero poche gioie, e lo stesso si può dire dello spirito. Una gioia, così come un dolore, può venire anche solo dall'osservazione inerte di un fenomeno o dalla passiva condivisione di un evento che riguarda i nostri cari.
E cosa potrei osservare intorno a me, nei miei cari, da un letto in cui giaccio immobile e muto? Certo qualche gioia, un traguardo, un successo, una nascita, che sarebbero tali anche in mia assenza, ma anche tanto dolore, di cui sarei spesso la causa.
La vita è fatta di gioie e dolori, e a queste e questi bisognerebbe darsi senza risparmio quando si è in condizioni di viverli nella pienezza del corpo e dello spirito, in condivisione con gli altri. Raschiare il fondo del barile quando è vuoto è miserabile, è un modo per svalutare ciò che siamo stati. Non fatemelo raschiare quel fondo. Appena siete pronti, accompagnatemi all'uscita. Grazie.
E non state in pena per me: mentre vi starete ancora interrogando sull'esistenza dell'anima io saprò già tutto.
Sulla vicenda politica invece è il contrario: la deriva è talmente evidente che qualsiasi commento appare superfluo.
Quello che invece mi pare sia degno di nota è il fatto che questa storia ha costretto tutti, ciascuno per sè, a cominciare, volenti o nolenti, a stendere la bozza del proprio testamento biologico.
Ci ha costretto a chiederci cosa avremmo voluto noi se fossimo stati al posto di Eluana; qualcuno con la paura di essere ucciso senza potersi difendere, altri con la paura contraria, di essere tenuti in vita contro la loro volontà. Probabilmente entrambe per tutti.
Per me la questione si riduce ad una sola domanda: quale vita è degna di essere vissuta? Quale vita non lo è? In ultima analisi: cosa è la vita?
Il primo pensiero, mosso dall'istinto primario di sopravvivenza, è quello di trovarmi cosciente e desideroso di vivere, dentro un corpo apparentemente inerte, incapace di comunicare. Di certo considererei chi mi staccasse la spina un assassino, forse inconsapevole, ma assasino. Ad una siffatta paura dovrebbe corrispondere un'indicazione conservativa.
Il secondo pensiero, più epicureo, è quello di trovarmi cosciente e sofferente, tanto da desiderare di morire, e sperare che quella spina me la stacchino al più presto.
Il terzo pensiero, forse il più pragmatico, è di operare perchè questa difficile scelta non rimanga nella responsabilità di un estraneo, come un giudice o un medico, o peggio nello struggimento di chi mi vuole bene. Decidere per quando non sarò più capace di farlo assume in questa prospettiva la natura di diritto ma anche, stranamente, quella di un dovere. Lasciare in bianco questa pagina può apparire comodo, ma è senza dubbio imprevidente e ingiusto.
Inutile arrovellarsi a spiegare come dovranno essere interpretati i miei segnali, perché fino a che sarò in grado di darne va da sè che intendo decidere per me, e pretendo che le mie decisioni vengano rispettate.
Una cosa mi è chiara: per me la vita è tale solo se è cosciente. Io esisto come persona solo nella misura in cui ne sono cosciente; quando non ne fossi più cosciente non sarei più io, ma il resto di me. Se lo stato di incoscienza sopravvenisse ad un processo degenerativo irreversibile e quindi certo, vivo o morto a quel punto non farebbe alcuna differenza. Arrivo a dire che la scelta se tenermi in vita, donare i miei organi o darmi in pasto ai pesci non mi riguarderebbe più. Neanche il dolore mi riguarderebbe più. Fate come meglio vi pare.
Diverso quando la riduzione ad uno stato di totale inerzia senza ragionevoli previsioni di recupero e la perdita di coscienza derivasse da un evento traumatico, senza la possibilità di seguirne l'evoluzione e di averne qundi certezza. Mi potrei trovare prigioniero di un corpo inerte, incapace di comunicare alcunchè, ma non per questo incapace di provare gioia e dolore.
Senza sbandierare certezze, credo fortemente che le due ipotesi non abbiano la stessa potenzialità; credo in quello stato si possa soffrire molto più di quanto si possa gioire. Un corpo malandato può dare tutte le sofferenze immaginabili e davvero poche gioie, e lo stesso si può dire dello spirito. Una gioia, così come un dolore, può venire anche solo dall'osservazione inerte di un fenomeno o dalla passiva condivisione di un evento che riguarda i nostri cari.
E cosa potrei osservare intorno a me, nei miei cari, da un letto in cui giaccio immobile e muto? Certo qualche gioia, un traguardo, un successo, una nascita, che sarebbero tali anche in mia assenza, ma anche tanto dolore, di cui sarei spesso la causa.
La vita è fatta di gioie e dolori, e a queste e questi bisognerebbe darsi senza risparmio quando si è in condizioni di viverli nella pienezza del corpo e dello spirito, in condivisione con gli altri. Raschiare il fondo del barile quando è vuoto è miserabile, è un modo per svalutare ciò che siamo stati. Non fatemelo raschiare quel fondo. Appena siete pronti, accompagnatemi all'uscita. Grazie.
E non state in pena per me: mentre vi starete ancora interrogando sull'esistenza dell'anima io saprò già tutto.
lunedì 9 febbraio 2009
Ispettori
domenica 8 febbraio 2009
Nessuno a protestare - B. Brecht
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
(grazie a micheleperone)
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
(grazie a micheleperone)
mercoledì 4 febbraio 2009
Did I screw up? Absolutely
"Il Vescovo Williamson, per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah, non conosciute dal Santo Padre nel momento della remissione della scomunica."
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