martedì 22 gennaio 2008

Adolf Hitler. Familienperspektiven

Ho finito di leggere anche "ADOLF HITLER. Le influenze della famiglia" - Helm Stierlin, NIS 1993. Una piacevole sorpresa. Pensavo di leggere una biografia e invece mi sono trovato per le mani un trattato di psicanalisi. Stierlin, se non il padre, è senza dubbio uno dei maggiori sostenitori della terapia familiare, a cui si è applicato sia professionalmente che nella sua attività editoriale.

Una volta, il protagonista di un telefilm americano, "Agli ordini papà" [Major dad], militare in carriera, a chi lo invitava a consultare un analista, rispose: "Non ho nessuna intenzione di sentire parlar male di mia madre". Beh, devo dire, fatte le debite distinzioni, è più o meno la stessa conclusione a cui arriva l'autore.

Hitler fu eccessivamente coccolato dalla madre Klara
Adolf era il quarto figlio di Klara, lontana nipote, cameriera, dapprima amante e infine seconda moglie del padre Alois, funzionario di stato di umili origini (self-made-man potrebbe dirsi oggi).
I primi tre figli morirono tutti piccolissimi prima che nascesse Adolf, mortificando le ambizioni della giovane Klara di uscire dal ruolo di servetta e diventare madre e moglie, e acuendo il suo senso di colpa per essersi intrufolata nel letto dello zio Alois nello stesso periodo in cui la prima moglie giaceva morente.
In più Adolf nacque di costituzione debole e restò tale per tutti gli anni della sua giovinezza; possiamo facilmente intuire quale totale dedizione e manicale premura Klara riversasse sul piccolo Adolf, la cui sopravvivenza rappresentava la prova della sua capacità di madre e quindi il suo diritto al rango di moglie nei confronti di un marito che continuava a trattarla da servetta.

La sua missione: riscattare la misera vita della madre
Qui l'autore colloca il punto centrale di tutta la vicenda di Hitler e dell'intero mondo moderno: il giovane Adolf fu dalla nascita caricato dell'onere (delegato) di riscattare la misera esistenza della madre, contro un padre severo, assente, violento, ed incapace di amare altri che se stesso.
A completare il quadro, Klara morì di cancro al seno quando Adolf era un giovanotto, seguita sino all'ultimo da un medico ebreo, che ne accelerò la morte, somministrandole, su insistenza dello stesso Adolf, una terapia d'urto molto costosa, che avrebbe dovuto, nelle loro intenzioni, scacciare il male che la stava divorando. Già in tempi di furiosa persecuzione degli ebrei, fu lo stesso Hitler, riconoscente, a fornire al Dott. Bloch il lasciapassare per l'espatrio. Ma ciò rende facilmente interpretabile a cosa facesse riferimento Hitler nei suoi deliri antisemiti, quando definiva gli ebrei "un cancro" e "avvelenatori" rispetto al corpo della Germania.

Hitler interprete dei sentimenti dei tedeschiQuesta è la conclusione a cui arriva Stierlin; Adolf fu incapace di elaborare il lutto per la perdita della madre, che gli avrebbe consentito di rimettere la sua delega e dedicarsi alla propria realizzazione, e la sostituì con la Germania, anch'essa condannata ad una misera esistenza dalla bruciante sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, tradita dal presidente Wilson che l'aveva abbandonata a se stessa dopo aver promesso "una pace equa per tutte le nazioni", e, neanche a dirlo avvelenata al suo interno dal cancro ebraico.
Purtroppo per il genere umano, in questa visione Hitler si sintonizzò alla perfezione con la maggioranza dei tedeschi, che non esitarono molto a vedere in lui il salvatore della Madre-Germania e lo delegarono a riscattare la sua e la loro vita miserabile.
Con le categorie delle dinamiche di gruppo Stierlin abbozza anche una spiegazione di come sia stato possibile, grazie a questa reciproca esaltazione, giungere a compiere i peggiori misfatti della storia dell'uomo considerandoli giusti, onorevoli e doverosi.

E chi se ne frega...
In ultimo, la mia personale opinione. Adolf Hitler porta su di indubbiamente la responsabilità storica della Seconda Guerra Mondiale e dell'Olocausto, con il carico di milioni di morti.
Credo tuttavia che umanamente egli sia stato solo l'esecutore, il delegato, il punto di sfogo di pulsioni e sentimenti più grandi e più antichi di lui; la madre da una parte, la Germania dall'altra, incapaci di fare i conti con i propri errori e le proprie debolezze, hanno trovato in lui il figlio affettuoso e devoto che si è caricato sulle spalle questo enorme fardello. Unica sua colpa e nostro grande rammarico è che invece di autodistruggersi, come fanno la maggior parte di coloro che vengono caricati dalla famiglia o dalla società di compiti troppo ardui, Adolf è riuscito, grazie alle sue grandi doti umane a portare in scena l'intera commedia, trasformando, come dice lo stesso Stierlin, l'intero mondo nel palcoscenico dei suoi drammi. Purtroppo, al calar del sipario, gli applausi del primo e secondo atto lasciarono spazio alla più lapidaria condanna della Storia.

Postilla intimistica. Anche questo è uno di quei libri che ha scelto lui di essere letto da me. Da qualche tempo mi capitava, ragionando di bene e male - quelle solite oziose discussioni che non giungono mai a niente - di inciampare nella figura di Hitler, considerato dai più la personificazione del male, la dimostrazione che il male esiste; io che dubito di tutto, dubito anche di questo; come dice il motto del mio blog, "il male non esiste, se non dentro di noi, così come la sua cura".
Mi trovavo a passare per la mia biblioteca preferita, dove ho speso tante ore di studio in tempi non remoti, e, colto da un'afflato di nostalgia, sono entrato in sala lettura e ho dato una scorsa veloce al mio reparto preferito (^^) "scienze sociali" e questo piccolo libro dal dorso giallo ocra, in edizione economica ha richiamato la mia attenzione; l'ho preso e ne ho letto alcune pagine; ho messo un segnalibro quasi invisibile e l'ho riposto; la cosa si è ripetuta a distanza di una settimana per alcune volte, sino a che mi sono convinto a prenderlo in prestito. Considerata la mia totale ignoranza in campo psicanalitico, ho fatto molta fatica con pochi risultati nel leggere le parti più squisitamente tecniche, ma credo di aver capito abbastanza per cogliere il senso generale del libro.


Postilla anticlericale. Mentre leggevo e cominciavo ad intuire la portata del pensiero contenuto nel libro, mi rammaricavo di non vedere il modo per rivoltare tutto questo contro il clericalismo e le gerarchie cattoliche come di mio solito. La risposta mi è venuta inaspettata da uno dei libri sul mio comodino che attendono di essere letti. Sfoglio velocemente per capire se è questo il libro predestinato e leggo tra l'altro:
"Ma Inquisizione e Olocausto non sono senza rapporti tra loro. Anzi, sembra chiaro che senza così tanti secoli di antisemitismo cristiano - particolarmente aspro in Russia e nell'Europa orientale - non ci sarebbe stato Olocausto." [John Rawls, Il diritto dei popoli, Edizioni La Comunità, p. 1.4 pag. 28]

mercoledì 16 gennaio 2008

Scene di lotta di classe a Beverly Hills

Oscar Pistorius non può correre i 400 metri con gli altri atleti; le sue protesi gli attribuiscono un vantaggio rispetto ai suoi avversari, che, poveri loro, hanno solo i due piedi coi quali sono nati. Lui, invece, che i piedi li ha avuti amputati quando aveva 11 mesi, ha potuto sostituirli con protesi sempre migliori, sino ad arrivare a quelle attuali, che gli consentono di correre i 400 metri più veloce degli altri. Così ha stabilito la Federazione internazionale di atletica (Iaaf), escludendolo dai prossimi giochi olimpici di Pechino.

La prima impressione è quella di trovarsi di fronte ad un paradosso e ad un'ingiustizia; un’ingiustizia perché si nega ad un handicappato la possibilità di partecipare ad una attività a causa del suo handicap; un paradosso perché l'handicap è presentato come un vantaggio, al pari del doping.

Comincerei col dire che, nonostante l'aspetto paradossale della vicenda, e al netto della questione sulla validità della procedura adottata per stabilirlo, se un qualsiasi supporto tecnico produce una innaturale crescita delle prestazioni, al pari del doping, il suo libero impiego finirebbe per escludere dalle competizioni i concorrenti normodotati e imporre a coloro, soprattutto giovani, che ambiscono al successo nelle competizioni di sottoporsi potenziamenti fisici non naturali. O perlomeno, facendo un balzo in avanti nella fantascenza, si dovrebbero prevedere categorie separate: da una parte i normodotati, dall'altra i potenziati, gli X-man; neanche a dirlo, non è difficile immaginare a quale delle due categorie andrebbe l'attenzione dei media e degli sponsor.

Questa questione, apparentemente relativa a tematiche di inclusione sociale, è in realtà uno dei tanti piccoli segnali che ci avvisano che il mondo di Asimov è già uscito dalla stretta nicchia della fantascienza per insinuarsi nella ricerca, negli studi strategici e infine nei media e nel marketing. La politica, come al solito, ci arriverà quando il fenomeno sarà già ampiamente maturo.
Non è più così lontano il tempo in cui qualcuno arriverà a sostituire organi sani con protesi e impianti bionici più performanti di quelli biologici; saranno sempre di più i datori di lavoro che preferiranno lavoratori potenziati e inviteranno i propri sottoposti a fare frequenti "upgrade" del loro sistema.
Immagino un mondo diviso in tre fasce, come gli attuali utenti dei telefonini: una fascia troppo povera per poterselo permettere, una fascia che lo usa regolarmente, che comprende anche quelli perennemente impegnati nella competizione per avere l'ultimo strabiliante modello, e una fascia talmente ricca da potersi permettere di non averlo, perchè paga qualcuno che lo tiene per lei.
Allo stesso modo ci saranno quelli che non potranno accedere alle biotecnologie e resteranno esclusi, come già sono; poi quelli che si sottoporranno in massa a potenziamenti di vario genere, con tanto di rincorsa all'ultima trovata; e infine quelli che si potranno permettere il lusso di mantenere occhi e arti naturali perché sono ricchi. Scene di lotta di classe nella Beverly Hills del terzo millennio.

Oggi resta il problema di Pistorius, escluso da una gara per la quale ha lavorato tanto, perché i suoi piedi finti vanno meglio di quelli veri; io risolverei la cosa in modo pragmatico; lo stesso qualcuno che ha accertato l'esistenza di un vantaggio per l'atleta, lo quantifichi e lo traduca in una zavorra che Pistorius dovrà portare durante la gara, non usufruendo più così di alcun vantaggio; se questo vorrà dire che arriverà terzo o ultimo, sarà in funzione della sua effettiva prestazione in relazione a quella dei suoi concorrenti (speriamo non dopati).
L'importante, in fondo, è partecipare.

sabato 12 gennaio 2008

Metro di giudizio

I 36 stratagemmi

Libro interessante, anomalo. La summa della millenaria arte della guerra cinese al servizio dei grandi e piccoli conflitti della vita.
Di buono ha la capacità di fornire assieme il consiglio su come affrontare un qualsiasi conflitto ed i riferimenti per riconoscere quale trucco stia usando il nostro antagonista. Il libro consente inoltre, a chi ne fosse completamente digiuno, di acquisire le prime e basilari nozioni di storia e cultura cinese.
Un limite a mio parere grave invece è l'assunto di base del libro e della cultura di cui è espressione, che vede nel conflitto una costante della vita umana, con un approccio ancora più radicale dell'homo homini lupus di Hobbes. Io, che non amo i conflitti, lo trovo solo un buon manuale per il RiSiKo!, dove posso dare sfogo al lupo cinese che c'è in me; non che ce ne fosse bisogno!

Annalisa e il passaggio a livello
Giorgio Scerbanenco, Sellerio

Alcuni libri decidono al nostro posto; non siamo noi a volerli leggere, sono loro che si impongono. Questo per me è stato uno di quelli. Passeggiavo per fare orario e mi sono imbattuto in una grande e scintillante libreria, che nonostante Natale fosse passato da alcuni giorni, non aveva ancora dismesso gli addobbi e i festoni. Il libro stava lì, accatastato insieme ad altri editi da Sellerio, tutti con la tipica copertina blu notte in carta da pacchi, che conobbi con le avventure del commissario Montalbano.
Qualcosa nel titolo, ma ancora di più nel nome dell'autore, che ignoravo completamente, mi ha colpito ed incuriosito. Un minuto dopo uscivo già con il libro nella busta. Appena pochi giorni per finire quello che stavo leggendo e poi l'ho iniziato e finito in pochi giorni.
Due racconti brevi, quello che dà il titolo al libro e un altro, "Tecla e Rosellina", incentrate, più o meno direttamente su figure di donna, accomunate da un senso di sconfitta, di resa, simile a quello dell'autore durante il suo esilio svizzero al tempo della seconda guerra mondiale. Sullo sfondo il treno, con sua quieta inesorabilità, metafora dell'indifferente procedere del divenire.
Trascurabile se non addirittura di troppo il lungo preambolo della figlia dell'autore, troppo intriso di amore filiale per ambire al titolo di commento critico.
In conclusione, troppo poco materiale narrativo per poterlo definire bello, ma abbastanza per stimolare il desiderio e la curiosità di leggere qualcosa di più impegnativo dello stesso autore.

A passo d'uomo

mercoledì 9 gennaio 2008

Meno uno

Ci rimango sempre male. Ogni volta che scopro che un blog è stato chiuso mi assale sempre una tristezza sorda, data dalla consapevolezza del fatto che, nella vita come nella blogosfera, arriva sempre l'ultima spiaggia. E io non credo nemmeno nell'aldilà.

Di roccammazzalavecchia resterà dunque solo il ricordo, destinato via via a sbiadire, come lacrime nella pioggia.



(meno male che c'è la copia cache di google)

giovedì 3 gennaio 2008

Un anno da blogger




Un anno fa il mio primo post.


Ne è passata di acqua sotto i ponti.


Quanti amici ho trovato.


Quante idee ho confrontato.


Che bella gente, che belle teste, che bei cuori.


Un anno fa ho iniziato una nuova avventura con voi;


in questi giorni ne sto iniziando una nuova.


Un nuovo viaggio che mi ha allontanto da voi,


ma nel quale vi sento comunque vicini


più di quanto possiate pensare.




Grazie.