venerdì 21 novembre 2008

Ancora sulla morale.

Illaicista mi invita a riprendere una discussione sul rapporto tra divinità e morale, che interrompemmo in attesa di nuovi spunti. Lo fa alla grande, evidenziando l'intervento sul tema di Roberta De Monticelli e le repliche e controrepliche di Mons. Giuseppe Betori. La De Monticelli in chiave destruens parte bene, e assesta una critica quasi definitiva alla posizione della Chiesa Cattolica contro l'autodeterminiazione.

Scrive De Monticelli su Il Foglio del 2 ottobre 2008: "Fallibile, e moralmente fallibile, è certo ogni uomo. Ma vogliamo negare che, anche con questo rischio, ultimo giudice in materia di coscienza morale sia la coscienza morale stessa? Attenzione: non stiamo parlando di diritto, stiamo parlando di morale. Il diritto infatti è fatto non per sostituirsi alla coscienza morale della persona, ma per permettergli di esercitarla nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo di altri. Su questo si basano ad esempio i principi costituzionali che garantiscono la libertà religiosa, politica, di opinione e di espressione. Oppure ci sono questioni morali che non sono “di competenza” della coscienza di ciascuna persona? Quale autorità ultima è dunque “più ultima” di quella della coscienza? Quella dei medici? Quella di mons. Betori? Quella del papa? E su cosa si fonda ogni autorità, se non sulla sua coscienza? Possiamo forse tornare indietro rispetto alla nostra maggiore età morale, cioè al principio che non riconosce a nessuna istituzione come tale un’autorità morale sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti? C’è ancora qualcuno che ancora pretenda sia degna del nome di morale una scelta fondata sull’autorità e non nell’intimità della propria coscienza?"

Splendida arringa a favore dell'autodeterminazione e contro qualsiasi primato morale che non sia quello dell'individuo, che in ultima analisi non risponde moralmente che alla sua coscienza. Unica flessione quel riferimento ai "più vagliati sentimenti" su cui ella stessa tornerà in sede di controreplica.

Replica Mons. Betori dalle pagine dell'Avvenire il giorno successivo: "Anche se ragionassi in termini puramente laici, non potrei giustificare un assassinio dicendo che l’ho fatto per rivendicare la mia libertà di coscienza. La legge che punisce l’omicidio non elimina la libertà di coscienza: anzi la piena libertà dell’assassino è il primo presupposto della condanna. Non possiamo confondere, insomma, la libertà della nostra coscienza con la legittimità delle nostre azioni. Il « principio di autodeterminazione » non è mai stato un caposaldo della dottrina della Chiesa: quando S. Agostino scrive « ama e fa’ ciò che vuoi » , indica che le nostre azioni sono buone solo quando si ispirano a Dio, che è Amore. La coscienza è la sede della nostra scelta, è il luogo dove decidiamo, ma non è il criterio della scelta. Il criterio non ce lo diamo da soli: ce lo dona Dio, che è Amore, ed è percepibile ad ogni indagine razionale come il fondamento della nostra stessa identità o natura. ... ... Del resto, anche la mia coscienza non me la sono data: genitori, insegnanti, amici mi hanno insegnato a parlare e a pensare."


Mons. Betori, impegnato in una faticosa arrampicata sugli specchi che gli pone di fronte la De Monticelli, non trova di meglio che aggrapparsi ad una "indagine razionale", umana quindi, dalla quale dovrebbe emergere con evidenza che il criterio morale primo ce lo da Dio, che ce lo fa pervenire ad opera di genitori e inseganti, sempre che gli stessi l'abbiano a loro volta ricevuto! Quindi chi ne fosse privo si rassegni; chi giugesse a conclusioni diverse da Mons. Betori si arrenda: ha una coscienza morale ed una razionalità difettose; probabilmente colpa di genitori e insegnanti. Non è chiaro a questo punto dove è finito il libero arbitrio!!!

Risponde De Monticelli dalle pagine di MicroMega: "Dunque per essere imputabile e punibile giuridicamente, oltre che moralmente responsabile, l’assassino deve essere certamente anche in grado di autodeterminarsi, e questo lo dice Mons. Betori e non io! Ma non ho nulla da obiettare."
A questo punto la De Monticelli, invece di portare a compimento il suo ragionamento e concludere per l'irrilevanza se non addirittura l'inopportunità della divinità rispetto alla morale, colta da un senso di vertigine dato dal fatto di essersi portata moralmente alla pari, se non oltre, del suo Dio, senza il quale, è noto, tutto sarebbe possibile e non si potrebbe più distinguere i buoni dai cattivi, sposta semplicemente l'asticella della legittimità morale più in basso rispetto a Mons. Betori, ma la tiene abbastanza alta da evitare che chiunque possa arrivarci.

Continua così infatti De Monticelli: "Altra faccenda è se si possa descrivere un ordinario assassinio come un caso di azione conforme alle convinzioni e ai più vagliati sentimenti morali dell’agente (cioè se la coscienza si elevata abbastanza, ndr). Conforme cioè alla sua coscienza morale – perché di questo io parlavo. Io non lo credo, e mi trovo in questo in buona compagnia con l’intera tradizione platonica, patristica, scolastica e perfino biblica: è in qualche modo un’assenza, non una pienezza di coscienza morale (“cuore indurito”, “cecità”, “non sanno quel che si fanno”) ciò che sta alla base dell’azione moralmente illecita. Purtroppo, perché l’esempio di Mons. Betori sia pertinente, occorre invece credere che non ci sia nessuna differenza essenziale fra l’assassino e la persona che, magari dopo aver vagliato fino all’estremo limite di scrupolo e onestà il dettato della propria coscienza morale (se posso fare un esempio per chiarezza: come nel caso di Mina Welby), fa una sua scelta, conforme a questo dettato. A me la convinzione che tra questi due casi non ci sia alcuna differenza essenziale continua a sembrare un esempio di nichilismo."

Avevamo capito male; la Monticelli non intendeva elevare tutte le scelte morali al di sopra di qualsiasi istituzione, ma solo quelle che hanno "vagliato fino all’estremo limite di scrupolo e onestà il dettato della propria coscienza morale" che, a ben guardare, somiglia molto a quell'indagine razionale a cui si aggrappa Mons. Betori. Infatti "è in qualche modo un’assenza, non una pienezza di coscienza morale ciò che sta alla base dell’azione moralmente illecita". Ora, come si faccia a distinguere gli uni dagli altri, cioè a capire quando un'indagine razionale abbia o no valore non è dato di saperlo e sembra di capire che sia di volta in volta la coscienza morale della De Monticelli o di Mons. Betori a discenerlo, in forza, neanche a dirlo, della vicinanza alla Fonte e ai buoni insegnamenti ricevuti da genitori e maestri.

Alla fine, il contributo alla discussione, pur utile nell'ampliare i significati coinvolti, non è tale da farla avanzare di un passo verso una sintesi; la De Monticelli certamente avvalla inconsapevolmente la tesi iniziale di illaicista che sostiene che il principio primo della morale, l'amore caritatevole, è dentro ad ogni uomo e non necessita di alcuna guida divina. Immagino i due divergano invece sulla provenienza di questo principio; certamente divina per De Monticelli e Mons. Betori, confortati da quanto dice lo stesso Ratzinger "c'è nell'uomo la presenza del tutto inevitabile della verità - di una verità del Creatore"; illaicista, che contesta la tesi secondo cui se Dio non esiste tutto è possibile, ne suppone una derivazione evoluzionistica.

Io, per contro, che sostengo, in buona compagnia di Malvino, la tesi - nichilista, prendo atto - che Dio non esiste e tutto è possibile, rimango ancora più convinto che ognuno è giudice ultimo delle sue azioni e solo l'egoistica aspirazione a vivere in pace lo porta a vivere in società ed a rispettarne pragmaticamente le regole: "Dalla non esistenza di Dio (o similari), nove volte su dieci, un ateo trae la conseguenza che la verità non sia in possesso esclusivo di un’autorità religiosa, e che la morale sia un’esigenza che nasce dal basso, dalla convenienza nel mettere un po’ d’ordine (meglio se condiviso) tra le cause e gli effetti"

L'impressione che mi deriva da questo confronto è che ci sia di fondo il terrore di assumere su di se l'intera responsabilità delle proprie azioni. Mi sovviene quella fortunata definizione di Sartre della fede; che sia questa la spaventosa verità per evitare la quale si preferiscono le convinzioni innate e si cerca solo ciò che si è già trovato?

12 commenti:

IL LAICISTA ha detto...

Ho dato uno sguardo veloce al post e vista la consistenza dello stesso, penso sia bene, per ora, andare a nanna.
A domani, o dopodomani. Dipende dai miei pargoli se il Pc sarà libero o monopolizzato come al solito.
A presto, comunque. :)

Ugolino Stramini ha detto...

ILLAICISTA, tranquillo, sono temi che non passano di moda, nè smettono di essere attuali da un momento all'altro.
Fai con comodo.

IL LAICISTA ha detto...

Grazie per la comprensione.
Comunque ti invito caldamente ad acquistare l'"Almanacco di filosofia" di Micromega che ha per titolo: "Dio, nichilismo, democrazia".
Tra i molti articoli interessanti ce n'è uno della De Monticelli, che parla proprio del nichilismo.
Da non perdere!!

egine ha detto...

io passo e ripasso per affetto e non per compoetenza

IL LAICISTA ha detto...

Ehm... ci sto lavorando, giuro. :)

Ugolino Stramini ha detto...

|--->EGINE, grazie comunque; si tratta di capire se la tua capacità di provare affetto sia di origine umana o divina.
In ogni caso è affetto ricambiato :-)

|--->ILLAICISTA, su cosa giura un agnostico?

gians ha detto...

laicista, chiedi di cambiare domanda. :) buona domenica a tutti. :)

IL LAICISTA ha detto...

@Ugolino
Ma io sono ateo! ;-)
Comunque, giuro sul mio onore, ovvio ;-))

IL LAICISTA ha detto...

@gians
Eh no, la domanda è interessante.
Ugolino non scrive mai a caso. :))

la bislacca ha detto...

Il « principio di autodeterminazione » non è mai stato un caposaldo della dottrina della Chiesa.

Mi pare sia tutto, no?

yzma ha detto...

Ugo, sei uomo di battute di spirito, ma anche di riflessioni profonde

un caro saluto :-)
Yzma

Anonimo ha detto...

imparato molto