mercoledì 25 giugno 2008

Il treno dell'ultima notte - Dacia Maraini

Libro regalato, quindi gradito; regalato da amici carissimi, quindi ancora più gradito. Il risultato, però, è che leggerlo non è stata esattamente una scelta. Un piacevole dovere, a cui mi sono accostato recalcitrante; perchè amo scegliere da solo le mie letture, perchè ai romanzi preferisco i saggi, perchè non amo leggere ciò che stà accatastato sugli scaffali come i biscotti, perchè l'autrice non ha mai solleticato la mia fantasia di lettore, per quanto infinitamente più estesa della mia realtà di lettore, lento e dispersivo.

Leggerlo non ha cambiato nessuna di queste mie preferenze, ma non per questo devo dire di non aver apprezzato il libro.

Scritto bene, personaggi ben disegnati, con una sufficiente tensione narrativa, in alcuni momenti paragonabile ad un giallo psicologico.

Giocato sul continuo altalenarsi della vicenda, tra passato e presente, individuale e sociale, est e ovest, un racconto che si sviluppa spesso intorno ad una strada ferrata, che sia il treno verso Vienna, quello verso Auschwitz o quello giocattolo che gira in tondo.

Alla fine però tre cose buone che connotano la mia valutazione.

La rappresentazione, affidata al vecchio diplomatico del regime nazista e alla sua signora, del fatto che non solo, come ho già avuto modo di dire, le condizioni culturali e sociali su cui si basò il nazismo erano già tutte lì prima che Hitler cominciasse la sua ascesa, ma esse permanevano ancora - e, ahinoi, forse permangono ancor'oggi - negli anni successivi alla fine della guerra.

Quella caratteristica che solo le opere di un certo valore hanno, che fa sì che leggerle fa venire voglia di leggere ancora; questa lettura ha certamente fatto nascere in me la voglia di leggere a proposito della rivoluzione ungherese e della posizione assunta dal PCI di Togliatti, che ancora oggi pesa sugli eredi di quella metà del cielo.

Sul piano strettamente umano ed esistenziale, la riflessione che nasce dall'immersione che il lettore è costretto a fare nell'abisso dell'orrore e delle debolezze umane, se sia cioè da cosiderare la sola sopravvivenza del corpo un valore in sè o se non sia per ciascuno più dignitoso e rispettoso della propria natura umana porre fine all'esistenza quando la sofferenza del momento o peggio ancora la devastazione dello spirito che ne deriverà non residuano una vita degna di essere vissuta. Quello che in altra sede definii "vivere in oltraggio a sè stessi".

4 commenti:

Arci ha detto...

Gestire la propria uscita dalla vita è la massima libertà. Ne ho accennato anche nel mio post sull'epicureismo di Montaigne.
Montaigne lo devi proprio leggere caro Ugolino, ... DEVI !!! Non ne puoi fare a meno. ;))

gians ha detto...

ugolo ti sei messo d'impegno, immaginavo che la lettura di questo libro, dovesse aspettare una lunga lista d'attesa, felice abbia comunque stimolato la voglia d'approfondire alcuni temi, temi che riempiono lo spirito, e non lo scafandro che portiamo addosso.

Ugolino Stramini ha detto...

|--->arci, leggerollo!

|--->gians, sul comodino ne ho una pila!

bp ha detto...

uè io ti ho incatenato... non voglio sapere niente!
:)